Aspettavo il Giro d’Italia da mesi, avevo dato appuntamento a tanti
amici sulle strade della corsa rosa, ai campioni della strada e ai
campioni della vita, a Michele Scarponi per incoraggiarlo verso la
vittoria, a Gibo Simoni per rivivere insieme a lui grandi emozioni, a
tanti amici conosciuti grazie al ciclismo, a tutta la gente nuova che
avrei incontrato. Ci pensavo da mesi e ne sentivo quasi il sapore,
chiudendo gli occhi mi trovavo già nell’atmosfera di festa e di gioia che
il Giro d’Italia porta su tutte le strade.
Ma, proprio come accade ad un bambino che si vede portare via il
giocattolo preferito proprio sul più bello, il mio Giro ha cambiato
percorso, ha svoltato in maniera inattesa e mi ha lasciato lì, triste e
inebetito, quasi incapace di reagire e di ripartire verso il traguardo.
Imedici sono angeli, lo so, ma a volte l’emozione e la rabbia ti porta a
vederli come diavoli crudeli, implacabili nell’infliggerti tortura e
dolore: «No, niente Giro d’Italia, Diego. Ti devi concentrare sulle
terapie, devi restare in ospedale, altrimenti potresti andare incontro
a gravi problemi» mi hanno detto.
“Ma cosa vogliono da me?” mi sono chiesto mentre le lacrime mi rigavano il
viso, quando mi hanno lasciato solo nella mia camera d’ospedale. “Che
diritto hanno di togliermi il giocattolo, di togliermi il sogno, di
togliermi il Giro?”.
Il cuore sembrava scoppiarmi in petto tanto era gonfio di rabbia e nemmeno
io so da dove nascevano tutte le lacrime che stavo piangendo in quel
momento. Il mio sogno, il mio Giro...
Passava a pochi chilometri da me la carovana, in gruppo c’erano tutti i
campioni che ho sempre ammirato, quello a cui ho stretto la mano, quelli
che sono riusciti a regalarmi un sorriso e che mi sono stati maestri con
il loro coraggio.
Poi, come capita a tutti i bambini, la ragione è tornata a farsi largo e
ha costretto in ritirata la rabbia e la delusione. E con la ragione è
sorto per me un nuovo sole, splendido con il suo alone rosa e ho capito
che i medici sono angeli davvero e il mio Giro aveva sì cambiato
percorso, ma era pur sempre il mio Giro, la mia corsa, la mia sfida.
Allora, in quel momento, ho chiuso gli occhi e ho cominciato a preparare
la mia tappa di montagna, l’ennesima tappa dura della mia corsa. Ho
iniziato a scaldare i muscoli ed il cuore per affrontare l’impresa.
I miei amici del gruppo hanno davanti la tappa più dura, pensavo: salite e
discese senza soluzione di continuità, si stanno preparando a restare in
sella quasi più di sette ore, quelli che non lottano per vincere sono
ancora più eroi e fanno ancora più fatica, costretti a pedalare per più di
otto ore per raggiungere un traguardo che una mano maligna sembra voler
spostare sempre più avanti.
E a mi preparo anch’io al tappone, ad affrontare gli avversari più
difficili che sono la terapia, il dolore, l’immobilità, la solitudine.
Chiudo gli occhi una volta di più e comincio a respirare il sole, sento
l’aria di montagna che mi accarezza il viso e si porta via l’odore dei
medicinali, sento il profumo della canfora e del sudore, vedo i mille
colori del gruppo e anche quelli della fatica e sono sensazioni che mi
piacciono, che mi aprono il cuore e che mi spiongono a partire per questa
mia nuova avventura, la più difficile.
Parto piano, pedalo a fatica e già mi chiedo “come posso arrivare al
traguardo?”. Ci penso ma pedalo, mi guardo attorno e mi lascio conquistare
dalla natura, dal paesaggio, dalla montagna. Ma fatico, tremendamente
tanto. E mi sento scivolare in fondo al gruppo. Spingo sui pedali ma mi
sento spingere all’indietro, quasi che la salita non volesse concedermi la
possibilità di conquistarla, di averla.
Paura e tristezza si impadroniscono di me: com’è possibile che io non
possa farcela a concludere questa tappa? Scollino in qualche modo, scendo
piano, cerco di recuperare le forze, ma troppo presto arriva un’altra
salita, troppo presto mi si chiede un’altra impresa. La disperazione mi
invade, non ho più energia né forze.
Ma all’improvviso mi accorgo che attorno a me qualcosa sta cambiando: c’è
un campione che mi sta passando la borraccia, ce n’è un altro che mi
incoraggia, altri ancora si stanno incolonnando dinanzi a me per aiutarmi
con il loro treno, forse c’è anche una mano che mi dà un colpetto sulla
spalla e di sicuro sento una voce che mi sprona: «Forza ragazzo, devi
farcela. Ti aiutiamo noi, siamo qui per te, insieme potremio scalare anche
questa montagna, ti portiamo noi verso il traguardo, ci aspetta la
vittoria, lassù c’è la maglia rosa».
Una sferzata di energia, un condensato di emozioni e di gioia, nel mio
corpo non entra più la terapia ma forza di continuare la salita, pedalo,
pedalo, pedalo ancora e il traguardo arriva, come d’incanto. Lassù in
cima, campione tra i campioni, trovo anch’io la mia maglia rosa. Il rosa
della vita.