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Lunedì, 25 Giu 2018

TUTTOBICI

Rassegna stampa Mercoledì 03 Agosto 2011 09:03
Aspettavo il Giro d’Italia da mesi, avevo dato ap­puntamento a tanti ami­ci sulle strade della corsa rosa, ai campioni della strada e ai campioni della vita, a Michele Scarponi per incoraggiarlo ver­so la vittoria, a Gibo Simoni per rivivere insieme a lui grandi emozioni, a tanti amici conosciuti grazie al ciclismo, a tutta la gente nuova che avrei incontrato. Ci pensavo da mesi e ne sentivo quasi il sapore, chiudendo gli occhi mi trovavo già nell’atmosfera di festa e di gioia che il Giro d’Italia porta su tut­te le strade. Ma, proprio come accade ad un bambino che si vede portare via il giocattolo preferito proprio sul più bello, il mio Giro ha cambiato percorso, ha svoltato in maniera inattesa e mi ha la­sciato lì, triste e inebetito, quasi incapace di reagire e di ripartire verso il traguardo. Imedici sono angeli, lo so, ma a volte l’emozione e la rabbia ti porta a vederli co­me diavoli crudeli, implacabili nell’infliggerti tortura e dolore: «No, niente Giro d’Italia, Die­go. Ti devi concentrare sulle te­ra­pie, devi restare in ospedale, al­trimenti potresti andare in­contro a gravi problemi» mi han­no detto. “Ma cosa vogliono da me?” mi sono chiesto mentre le lacrime mi rigavano il viso, quando mi hanno lasciato solo nella mia ca­mera d’ospedale. “Che diritto hanno di togliermi il giocattolo, di togliermi il sogno, di togliermi il Giro?”. Il cuore sembrava scoppiarmi in petto tanto era gonfio di rabbia e nemmeno io so da dove nascevano tutte le lacrime che stavo piangendo in quel momento. Il mio sogno, il mio Giro... Passava a pochi chilometri da me la carovana, in gruppo c’erano tutti i campioni che ho sempre ammirato, quello a cui ho stretto la mano, quelli che sono riusciti a regalarmi un sorriso e che mi sono stati maestri con il loro coraggio. Poi, come capita a tutti i bambini, la ragione è tornata a farsi largo e ha costretto in ritirata la rabbia e la delusione. E con la ragione è sorto per me un nuo­vo sole, splendido con il suo alone rosa e ho capito che i me­dici sono angeli davvero e il mio Giro aveva sì cambiato percorso, ma era pur sempre il mio Giro, la mia corsa, la mia sfida. Allora, in quel momento, ho chiuso gli occhi e ho cominciato a preparare la mia tappa di montagna, l’ennesima tappa dura della mia corsa. Ho iniziato a scaldare i muscoli ed il cuore per affrontare l’impresa. I miei amici del gruppo hanno davanti la tappa più dura, pensavo: salite e discese senza soluzione di continuità, si stanno pre­parando a restare in sella qua­si più di sette ore, quelli che non lottano per vincere sono ancora più eroi e fanno ancora più fatica, costretti a pedalare per più di otto ore per raggiungere un traguardo che una ma­no maligna sembra voler spostare sempre più avanti. E a mi preparo anch’io al tappone, ad affrontare gli avversari più difficili che sono la terapia, il dolore, l’immobilità, la solitudine. Chiudo gli occhi una volta di più e comincio a re­spirare il so­le, sento l’aria di montagna che mi accarezza il viso e si porta via l’odore dei medicinali, sento il profumo della canfora e del sudore, vedo i mille colori del gruppo e an­che quelli della fatica e sono sensazioni che mi piacciono, che mi aprono il cuo­re e che mi spiongono a partire per questa mia nuova avventura, la più difficile. Parto piano, pedalo a fatica e già mi chiedo “come posso arrivare al traguardo?”. Ci penso ma pedalo, mi guardo attorno e mi lascio conquistare dalla natura, dal paesaggio, dalla montagna. Ma fatico, tremendamente tanto. E mi sento scivolare in fondo al gruppo. Spingo sui pe­dali ma mi sento spingere all’indietro, quasi che la salita non volesse concedermi la possibilità di conquistarla, di averla. Paura e tristezza si impadroniscono di me: com’è possibile che io non possa farcela a concludere questa tappa? Scollino in qualche modo, scendo piano, cerco di recuperare le forze, ma troppo presto arriva un’altra sa­lita, troppo presto mi si chiede un’altra impresa. La disperazione mi invade, non ho più energia né forze. Ma all’improvviso mi accorgo che attorno a me qualcosa sta cambiando: c’è un campione che mi sta passando la borraccia, ce n’è un altro che mi incoraggia, altri ancora si stanno incolonnando dinanzi a me per aiutarmi con il loro treno, forse c’è anche una mano che mi dà un colpetto sul­la spalla e di sicuro sento una voce che mi sprona: «Forza ra­gazzo, devi farcela. Ti aiutiamo noi, siamo qui per te, insieme potremio scalare anche questa montagna, ti portiamo noi verso il traguardo, ci aspetta la vittoria, lassù c’è la maglia rosa». Una sferzata di energia, un condensato di emozioni e di gioia, nel mio corpo non entra più la terapia ma forza di continuare la salita, pedalo, pedalo, pedalo ancora e il traguardo arriva, co­me d’incanto. Lassù in cima, cam­pione tra i campioni, trovo anch’io la mia maglia rosa. Il rosa della vita.

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